Hai paura del buio, Bambocciona?

ottobre 6, 2007

Lo so, questo post è lungo, troppo lungo, ma è figlio di un grande disappunto, Pappalardo lo lasciamo sfogare, lasciatelo fare anche a me!

Da buona esponente della società civile (seppur Bambocciona), oggi ho proprio tanta voglia di offrire un contributo al mio Paese, rilasciando la mia testimonianza o, se preferite, la mia confessione (andando anche contro la mia volontà di non perdere troppo tempo a scrivere di me in questo blog).

 Ebbene sì, ho 25 anni e da 23, tutti i giorni, la strada del ritorno è sempre la stessa, ogni sera varco il medesimo portone, salgo su per i soliti, noiosi venti scalini e poi apro la porta, sempre la stessa.

E se non ho le chiavi, suono il campanello e arriverà uno dei miei genitori ad accogliermi.

Secondo qualcuno, a quanto pare, la mia banalissima routine basta a etichettarmi come una che ama la vita comoda, il letto rifatto da qualcun altro, i panni belli lavati e stirati e ovviamente non da me e, che ne so, sentirsi dire ”mettiti la canottiera!” prima di uscire di casa; il tutto,  condito da tanta, tanta voglia di non fare un nulla, sigarette e ricariche del cellulare sponsorizzate dalla gentile famiglia.

Eh, no, io questo non me lo faccio dire, non da un ministro, nè da quanti, con tanta stima da parte mia, per carità, portano avanti fin da giovanissimi la loro vita nella più totale indipendenza, e per questo però, si ritengono autorizzati a giudicare chi non conoscono, per altro con modalità piuttosto fastidiose.

Io studio, lavoro, le sigarette me le pago da sola, non potendomi permettere una macchina, giro per la mia odiata metropoli in lungo e in largo e con tempistiche da Medio Evo su mezzi pubblici (che ricordano anch’essi il Medio Evo).

So di non poter avere tutto e subito e nel frattempo aspetto dandomi da fare ringraziando comunque al governo per quei tre  o quattro fiorini all’anno che mi offrirebbe  (perché? Per cosa? Per un pacchetto di gomme al giorno? No, grazie, mi fanno male ai denti) perché il mio stipendio, così come quello di gran parte della gente della mia età non mi permette di far altro che aspettare ora.

Certo, c’è chi non aspetta e accetta e affronta le conseguenze della propria indipendenza.

Dobbiamo imparare la prima regola del gioco andare avanti.

Ci ho già pensato, ci penso sempre. La verità, la mia verità, è che ho paura. Paura del buio, paura del vuoto e ci sono cose che non so accettare, come, per esempio, il fatto che la precarietà è l’unica certezza nella mia città, nel mio Paese, la precarietà della vita materiale, sociale, e perché no, di conseguenza, affettiva.

E questo è solo colpa di noi Bamboccioni?

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